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Crisi di una cultura, non di una politica

Mamoun Fandy
Asharq al-Awsat
7/11/2005

Cresce il dibattito a proposito delle crisi che colpiscono il mondo arabo e del loro dilagare. Alcuni le individuano nella crisi della leadership o dei sistemi di governo, altri ritengono invece che siano crisi democratiche. Io credo però che il fondamento, o meglio la madre di ogni crisi, sia quella della cultura. E per cultura non intendo ciò che viene scritto nelle pagine culturali dei quotidiani, intendo la cultura nel suo senso più generale, quel patrimonio prezioso e quell'intermediario che dà forma alla visione che ogni gruppo e comunità hanno di se stessi e del mondo.

Il primo dei nostri problemi è il fatto di non sapere cosa vogliamo nemmeno nelle questioni che riteniamo essenziali. Per esempio, qualcuno di voi sa che cosa vogliono gli arabi nella questione palestinese? Vogliamo una pace? O vogliamo sbarazzarci di Israele? Gli obiettivi dei governi possono essere spacciate per mire della popolazione. La cultura dei popoli, sia quella radicata sia quella artificiale, sono però distinte dalle decisioni del governo?
C'è anche una sola persona che sappia "che ci sta a fare", come dicono i nostri fratelli in Gordania, ovvero conosciamo la nostra identità? È islamica? O araba? O un miscuglio delle due? Apro la questione dell'identità illustrando alcuni esempi dello stato di confusione dominante e inizierò con due casi che rappresentano il massimo della contraddizione nella mente degli arabi, o perlomeno di alcuni di essi: uno dall'Egitto, l'altro dalla Siria.

Quando Khaled al-Islambuli uccise al-Sadat il 6 Ottobre 1981, disse "Ho ucciso il Faraone". Khaled assassinò il Faraone che era andato in Israele a concordare una pace con gli israeliani, questo è il movente dell'omicidio chiaro agli occhi della patria egiziana. Come era possibile però per quello stesso Faraone che cacciò gli ebrei e il loro profeta dall'Egitto, andare proprio da loro ed abbassarsi a chiedere una pace? Il risultato della sua posizione fu che al-Islambuli era contro Israele e contro una pace con questo Stato e pertanto difensore della gloria di Faraone. Tuttavia in quanto uomo musulmano e per di più jihadista, non credeva nello statuto del Faraone, rinnegava quel personaggio e non accoglieva la sua storia e la sua cultura. Ma allora se al-Islambuli odiava il Faraone per motivi religiosi, alla fine, l'omicidio che commise contro di lui che cosa rappresentò: una vendetta in favore degli ebrei? O una punizione per il Faraone e una dimostrazione d'odio nei loro confronti? Oppure un omicidio e basta, compiuto perché vedeva in lui un simbolo della tirannia e usò quelle parole "per gloriarsi", senza sapere che cosa significassero in chiave culturale? Al-Islambuli era con Faraone o contro di lui, con Israele o contro di esso? Al-Islambuli non lo sapeva e come lui molti egiziani non lo sanno perché schiavi di questa strana contraddizione che si biforca tra il vanto per la loro antica civiltà e la sua negazione. Questo è il più profondo smarrimento, forse ancora più grave di quello in cui si trovò Mosé. Al-Islambuli non sapeva se fosse egiziano o meno e non lo sapeva in quanto preda di una condizione di crisi identitaria. La sua stessa identità è contraddittoria e l'unico rimedio sembra essere quello di gloriarsi.

Il secondo esempio viene dalla Siria. A volte, anzi, spesso trovo assurda la contraddizione dei siriani, o di una buona parte di essi, che da un lato sono alawi, dalla parte di Ali e dei suoi sostenitori, dall'altro sono gli eredi legittimi della civiltà degli Omayyadi. Ti capita così di sentire alcuni siriani che parlano della loro patria e del patrimonio culturale dello Sham orgogliosi di Damasco come la capitale dell'impero omayyade; e a te non rimane che una sola domanda: tu stai dalla parte di Ali o di Mu'awiyya? Con Yazid o con Hussein? Sei l'assassino o l'assassinato?
Una contraddizione simile al legame di Khaled al-Islambuli con il Faraone, ovvero uno stato di confusione ideologica che domina la mentalità siriana e la disorienta. Chiaramente mi limiterò qui alle contraddizioni più eclatanti e non mi soffermerò su quelle piccole contraddizioni dei discorsi del partito Baath, o bisognerebbe dire del partito 'Abth (gioco n.d.t.), contraddizioni che a leggersi fanno tornare alla mente la filastrocca per bambini che dice:

O tu che sali sull'albero
Portami una vacca
Mungila e dammi da bere
Con il cucchiaio cinese

Ovviamente non ci sono vacche sugli alberi e nemmeno cucchiai cinesi, ma questa è la rappresentazione della nostra realtà-farsa offertaci dal maestro Tawfiq al-Hakim nella sua opera teatrale "O tu che sali sull'albero".

Il risultato di questa contraddizione è che gli arabi non fanno molto per sanare la situazione, evitando addirittura di parlarne, facendo però ricorso al vanto. A tale proposito il miglior esempio sono state le parole di Faruk al-Shar'a davanti al consiglio di sicurezza due settimane fa, quando ha paragonato la situazione libanese ai fatti dell'undici settembre e a quelli di Madrid e Londra. In quell'occasione si è gloriato e ha fatto in modo che da Damasco lo applaudissero e gli gridassero "Fagliela vedere Faruq" inconsapevoli del fatto che gli orecchi e le menti che non sono state riempite soltanto di chiacchiere trovano ridicolo questo confronto e lo vedono come più dannoso per la Siria di quanto non lo sia la sua stessa situazione. Notate quale fu in quell'occasione l'ironia di Jack Straw nel controbattere.

Il vanto è la soluzione e se ci si sofferma a osservare oggi i numerosi discorsi dei capi arabi a proposito della riforma del mondo arabo e della lotta al suo degrado, sembra di sentir parlare un membro dei partiti dell'opposizione! Fratello mio, se conosci il degrado perché non fai qualcosa visto che sei il capo, il giudice, colui che ha l'ultima parola? Perché parli come un leader dell'opposizione che dice che se salisse al potere combatterebbe la corruzione? Fratello mio, tu sei al governo e non puoi governare ed essere all'opposizione allo stesso tempo.

Questa strana contraddizione è il vero motivo per cui gli egiziani non sono in grado di costruire una vera pace con Israele, perché da una parte incarnano quel Faraone che ha cacciato gli ebrei, ma contemporaneamente sono contro il Faraone che ha cacciato Mosé e la gente del Libro... "Dove siete e con chi state tutti voi?"
Nemmeno i siriani riescono a sapere, attraverso i loro simboli culturali, se stanno dalla parte di Yazid o di Hussein, come l'Iraq sciita che dice di essere l'erede del califfo Mansur.
Trad. Cecilia Fazioli

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