Francia….il problema è sociale, non islamico
Walid Abi Murshid
Asharq Al-Awsat
17/11/2005
Mi chiedo se sarebbe lecito considerare le azioni di violenza che intervestono le periferie delle grandi città francesi un fenomeno arabo-musulmano, oppure se esse rispecchiano - con molta dissennatezza e impulsività di strada - il malessere di tutte le minoranze etniche, a prescindere dal loro credo religioso.
La Francia è la seconda patria di 5-6 milioni di arabi e musulmani i quali compongono quasi il 10 per cento del totale della popolazione. La presenza araba musulmana pertanto diventa preponderante nel retroscena della "rivolta della periferia", nonostante essa sia assente l'elemento militarizzante fondamentalista e benché vi sia la partecipazione di tanti non musulmani, soprattutto tra i giovani disoccupati. A provocare la rivolta non è stato il fattore religioso, bensì sono state le tragiche condizioni sociali a far esplodere il rancore di una gioventù francese figlia dell'immigrazione.
Gli atti di teppismo, dal punto di vista sociale realistico, indicano più un "successo" della politica assimilatrice nel "francesizzare" la mentalità delle minoranze piuttosto che un fallimento nell'affrontare i problemi di disuguaglianze economiche e sociali. Le manifestazioni di protesta, accompagnate da atti di violenza sono un fenomeno caratterizzante la società francese, basta ricordare la Grande Rivoluzione del 1789 che iniziò con una ribellione contro le condizioni di vita e in seguito rovesciò l'intero regime.
Sebbene la Francia sia riuscita a "francesizzare" i gruppi etnici, essa è venuta meno nello sradicare le ragioni delle loro scontentezze, legate alle condizioni materiali disagiate. Gli abitanti delle periferie, infatti, subiscono un'indiscutibile emarginazione che trasforma i loro quartieri in specie di "ghetti" economici e sociali. Il tasso di disoccupazione nelle periferie (circa il 40 per cento) è il doppio rispetto al dato nazionale, il distacco sociale tra le periferie e le città è in progressivo aumento dal momento che le condizioni abitative sono precarie, il livello della scuole superiori è sotto lo standard e i servizi pubblici non sono equivalenti a quelli offerti nelle città.
La legge francese sul lavoro impone molte restrizioni: il regime di 35 ore settimanali, il limite minimo dei salari (relativamente alto) e le condizioni severe d'assunzione e licenziamento permettono ai cittadini francesi dell'elite amministrativa e simili di godere di certe garanzie sociali. I figli degli immigrati che si affacciano sul mercato di lavoro sono esclusi da tali garanzie e non hanno accesso alla mobilità sociale concessa ad altri. In questo contesto, è probabile che la Francia paghi il ritardo dei tassi di crescita rispetto alle economie britannica e americana nell'ultimo decennio. Lo sviluppo di questi ultimi ha permesso di creare più posti nel mercato del lavoro e di evitare le gravi conseguenze degli alti tassi di disoccupazione che colpiscono in primo luogo le minoranze etniche.
Risolvere la questione delle varie etnie in modo che non diventi una nuova divisione in classi nel paese della "libertà, parità e fratellanza" dovrebbe essere la priorità assoluta per il governo francese.
Da qui nasce l'esigenza di attenuare le restrizioni della legge sul lavoro, dare possibilità alle minoranze di inserirsi negli organici della polizia, ma soprattutto dare voce alla seconda generazione degli immigrati incoraggiandola ad intraprendere un ruolo politico all'interno di vari partiti alla pari con altri francesi.
Non è più accettabile che il Parlamento francese non abbia un deputato di "colore" che rappresenti una circoscrizione elettorale dell'interno della Francia, senza limitarsi alle sole circoscrizioni delle terre francesi "d'oltre mare". Non è neanche accettabile l'assenza di volti di "colore" nelle programmazioni televisivi (tranne rare eccezioni).
Le manifestazioni violente di protesta nelle periferie dimostrano che i figli degli immigrati sono francesi "formalmente", ma procederà il governo di Parigi a "francesizzarli" economicamente e socialmente?
Traduz. Angela Rais