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I libanesi reagiscono con forza nella loro guerra civile

Khaled Ghazal
al Hayat
10/2/2007

Il discorso politico delle forze libanesi in lotta si poggia su un denominatore comune: evitare che scoppi un conflitto tra i figli del popolo libanese e le sue confessioni e la determinazione ad impedire che la lotta si trasformi in guerra civile. Diversamente da questo fermo atteggiamento, i discorsi delle forze delle feste fisse o itineranti, delle manifestazioni, delle proteste sono pieni di un linguaggio politico provocatorio e convulso che riflette la portata del risentimento dominante e l'inconciliabilità tra le diversità politiche - confessionarie e settarie, la difficoltà nell'unire le forze della società e la chiusura degli orizzonti di un appianamento, tutti elementi che praticamente definiscono la guerra civile. La gente della lotta nei due schieramenti si scorda che la guerra civile è in atto ora e con forza, all'interno della società libanese, e che si alimenta ogni giorno di un discorso politico i cui punti di forza sono il rifiuto,la slealtà,la rinnegazione, la non accettazione dell'Altro, le accuse, la mancanza di buona volontà nel preferire un atteggiamento conciliante che vada oltre una risoluzione politica.

Il Patto del Ta'if del 1989 ha rappresentato la conclusione militare della guerra civile che era divampata ufficialmente nell'aprile del 1975, ma l'applicazione di tale accordo nell'arco di 15 anni non si è esaurita con l'avvento di questa guerra civile poiché non ha sradicato i moventi che ne hanno causato lo scoppio. Il paese in questo periodo è afflitto da una guerra fredda civile espressa da una frattura in seno alle sue componenti politiche. La costituzione di un governo di unità nazionale non è stata portata a termine, a causa dell'inaugurazione di un testo vincente battuto da quella che è considerata una parte fondamentale del popolo libanese che sente di essere stata ingannata e discriminata. Ugualmente sono state negate al paese le elezioni parlamentari del 1992,
boicottate da un'ampia maggioranza di partiti e rappresentanti delle varie confessioni, il che ha portato alla creazione di un Parlamento che non rappresenta la realtà delle forse politiche. In compenso, la spada della repressione ha conferito poteri a quelle forze politiche la cui appartenenza confessionale è opposta alla "corrente" delle forze confessionali per il fatto che non coincidono con i tradizionale rapporti di forza tra le confessioni e le loro posizioni al potere. Questi fatti hanno impedito che il Patto del Ta'if rappresentasse una risoluzione storica alla lotta civile, e anzi lo hanno reso uno degli elementi della frattura civile con la sua guerra fredda.

L'omicidio del premier Rafiq Hariri il 14 febbraio (2005 n.d.T) è riuscito ad innalzare il "livello" della guerra civile in corso e ad accelerarne i passi. Il paese si è largamente spaccato sul tema della presenza siriana, costretta a ritirarsi dopo l'emanazione della risoluzione internazionale 1559 e dopo l'improvvisa esplosione della protesta libanese sotto i suoi occhi dopo l'omicidio di Hariri. Il paese si è polarizzato su due posizioni, ognuna delle quali ha una sua reale rappresentanza popolare e una sua forza nel paese: infatti, lo schieramento del 14 marzo (2005) era antisiriano, mentre quello dell'8 marzo era in difesa della Siria.

La mobilitazione di persone, simpatizzanti di atteggiamenti politici violenti, che ogni schieramento ha fatto scendere in strada, ha rappresentato un' eloquente dimostrazione del fatto che la situazione libanese fosse arrivata a un punto di frattura tale che non ha precedenti, e ha iniziato ad essere in contrasto con le mille difficoltà trovate sulla strada di una risoluzione, dopo che erano scoppiati in un colpo solo le questioni sulla natura e sull'organizzazione di tale risoluzione. Il susseguirsi incessante di omicidi e di esplosioni è stato usato come mezzo per aumentare il clima di tensione della frattura, visto che la guerra civile si è trasformata poco a poco in un campo dominato da qualsiasi forma di violenza.
Dall' aggressione israeliana contro il Libano dello scorso luglio, il paese vive ogni giorno una situazione di forte congestione in cui si accumulano gli elementi, aumenta la violenza della frattura e del disaccordo, ed è evidente la debolezza nel mettersi d'accordo su denominatori comuni. Le polarizzazioni tra i due schieramenti di marzo sono cresciute poco a poco e ogni parte lotta con le proprie condizioni e richieste, rifiutandosi di fare concessioni. Tali polarizzazioni si sono trasformate in violenti scismi confessionali in un modo tale che la storia del Libano e le sue passate guerre civili non conoscevano. Lo Stato è diventato l'equivalente di un' istituzione governata dalle confessioni, la lotta per una qualsiasi posizione all'interno della Costituzione è diventata una lotta per il diritto delle confessioni ad esistere. Le istituzioni costituzionali si sono inceppate: la Presidenza della Repubblica è priva di legittimità agli occhi di uno schieramento specifico poiché l'ampliamento dei poteri del Presidente è diventato obbligatorio-contrariamente a quanto volevano i libanesi, il governo è rimasto privo delle uniche fondamenta di una vita comune dopo le dimissioni dei ministri sciiti, il Parlamento è inattivo e gli viene impedito di riunirsi.

Le questioni comuni legate all'economia del paese e alla vita dei suoi cittadini non si sono salvate dalla classificazione confessionale e la Conferenza di Parigi III si è svolta come se fosse una vittoria per una confessione vivere a spese di un'altra. In questo clima di congestione, era naturale che aumentasse la tensione nel discorso politico come se il cittadino libanese ---la gente ha acquisito più maturità per il fatto che vive nell'intimo questa guerra, che è la più sporca a cui abbia mai assistito e che abbia vissuto da 30 anni a questa parte. Ogni abitante del Libano sente questa guerra nel palazzo in cui vive,nel quartiere in cui abita,nella regione in cui si trova, e vede ogni giorno con i proprio occhi il livello avanzato che è arrivato a classificare i libanesi in base a confessioni e dottrine. Il nome, l'esistere, la famiglia, il colore dei vestiti si sono trasformati in un problema insormontabile. Appartenere ad un'identità è tornato ad essere un qualcosa che ti toglie il sonno, e sta tornando anche il lavoro della separazione demografica e dell'espulsione e ognuno ha iniziato ad arrendersi al destino, dal momento che non sa mai se tornerà a casa la sera dal lavoro. Ugualmente il cittadino continua ad agitarsi per quello che dicono i media e per tutti i discorsi dei politici, poiché non riesce a coglierne l'effetto.
Dopo tutto questo, riusciranno le parole a continuare a seppellire la discordia e ad impedire che la guerra civile abbia luogo?

Trad. Chiara Comito
Arabiliberali.it