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I SIRIANI E LE CONSEGUENZE DELLA RISOLUZIONE 1636
Turki Ali Rabi'u
al-Hayat
10-11-2005

       Non sono solo i Libanesi ad aver vissuto in uno stato d'emergenza durante le consultazioni che il Consiglio di Sicurezza ha svolto prima che venisse emessa la risoluzione 1636, la quale richiede alla Siria di collaborare totalmente con la commissione di inchiesta internazionale guidata dal tedesco Detles Mehlis, definito dai giornali tedeschi il "Colombo della Siria e del Libano". I Siriani in generale, sia l'élite politica e intellettuale, sia la popolazione con tutte le sue fazioni e classi sociali, hanno vissuto anche loro in uno stato d'emergenza mentre seguivano nervosamente l'esito della votazione a proposito della nuova risoluzione, approvata poi all'unanimità. E quest'accordo compatto ha tolto loro il sonno, poiché spinge la Siria e i Siriani verso il tunnel dell'assedio e delle sanzioni. I Siriani, dopo l'adozione della già citata risoluzione, si trovano di fronte ad una storia che si ripete, o, più precisamente, una storia irachena che, a breve termine, potrebbe verificarsi in Siria. In assenza di un qualsiasi strumento con cui il Consiglio di Sicurezza possa trattenere la commissione, la porta è ormai aperta a tutte le eventualità. Presso la maggioranza dei Siriani c'è la convinzione che il temporeggiamento e l'estorsione siano la base su cui si fondano le commissioni di inchiesta internazionali e che l'amministrazione americana non sarà soddisfatta di Damasco fino a quando quest'ultima non avrà adottato il credo statunitense.

Si è aperta la porta delle sanzioni
       A tutto ciò aggiungiamo la convinzione di tutti che ormai si sia imboccata la via delle sanzioni nei confronti della Siria e che esse varranno anche per coloro che hanno buone intenzioni e che non vogliono che queste sanzioni si ripercuotano anche sulla popolazione. Invece, queste si estenderanno anche al popolo, il quale si trova tra l'incudine americana, che fa affari con il sangue del martire Rafiq al-Hariri, e il martello rappresentato dalle autorità siriane, paralizzate e assediate come mai prima d'ora.
       L'omicidio del presidente Hariri non ha lasciato indifferente il popolo siriano. Chi ha vissuto quell'evento ne è consapevole. Per i Siriani Hariri era un esempio da imitare, il modello di un uomo di successo che era riuscito con la sua esperienza e le sue relazioni particolari a guidare il suo Paese dalle fiamme della guerra civile al futuro e a ridare a Beirut il suo aspetto e il suo ruolo precedenti. Anzi, i Siriani speravano sempre di avere un Presidente del Consiglio del suo calibro che si facesse carico di uno sviluppo siriano che ancora oggi balbetta. Da qui si spiega la loro richiesta affinché si faccia luce su un delitto che ha portato il presidente siriano tanto in basso da essere considerato un traditore e da qui si capisce il loro desiderio di farla pagare ai responsabili che sono coinvolti nel fatto, qualunque siano i loro livelli sociali.
       Tuttavia la 1636 minaccia di fare del popolo siriano un ostaggio nelle mani delle risoluzioni internazionali. Queste si fondano sull'articolo sette dell'accordo del Consiglio di Sicurezza, il quale permette l'uso della forza contro la Siria nel caso in cui quest'ultima non sia in grado di tener fede ai suoi impegni nei confronti della commissione di inchiesta internazionale. Ciò è stato applicato solo nei confronti degli Arabi, salvo una volta in cui l'interessato è stato Israele. Le autorità siriane si trovano di fronte ad un'equazione che è impossibile risolvere, mentre gli Stati Uniti, con al seguito la Francia, si basano su obiettivi che vanno al di là dell'omicidio del presidente Hariri.

Tra l'incudine e il martello
       Così il popolo siriano si trova tra l'incudine e il martello, spinto verso ciò che Edward Sayyid chiamava "le scelte infelici": o stare dalla parte dell'imperialismo in questo "attacco contro la Siria", ma questa opzione viene respinta da tutti i Siriani, salvo qualche rara eccezione; oppure schierarsi a fianco del loro regime, dal quale però si sono sempre guardati e il cui operato è da decenni sottoposto a numerosi interrogativi.
       Possiamo dire che i Siriani, che la già citata risoluzione ha privato della gioia per la festa di fine Ramadan, rimangono un popolo patriottico e politico, erede eccellente di quel nazionalismo che è sempre riuscito a prevalere sull'avversione, sulla quale, però, alcuni di loro ancora scommettono. E questo patriottismo si potrebbe manifestare nonostante gli anni di oppressione politica che il popolo stesso ha vissuto.
       A tutto ciò aggiungiamo che la loro coscienza nazionale e politica li spinge a osservare in continuazione il mondo e il loro ambiente regionale, soprattutto ciò che è successo e succede sulla scena irachena. Questa, a sua volta, è ormai diventata nociva, poiché molti Siriani ritengono di essere puniti a causa della loro posizione nei confronti dell'Iraq. Da ciò si può affermare che nel caso in cui questo popolo si trovasse a dover scegliere fra le pressioni internazionali esercitate dagli Stati Uniti da un lato e il regime siriano dall'altro, ebbene esso sceglierebbe di schierarsi a fianco del suo regime e considererebbe qualunque appoggio agli Americani come un tradimento. E' vero che i Siriani vivono in uno stato d'emergenza e di preoccupazione, però essi si stanno anche preparando a resistere nel caso in cui le loro  autorità siano incapaci di mantenere le promesse fatte alla commissione d'inchiesta internazionale. I Siriani non vogliono fare la fine dell'Iraq, ossia diventare uno Stato distrutto, senza sicurezza e dove dominano il caos, la distruzione e la morte.
       Inoltre essi non hanno bisogno di molto acume politico per distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato nel discorso dell'amministrazione americana riguardo alla democrazia, al nuovo Medio Oriente e alla teoria del disordine creativo che essa promuove. L'esperimento iracheno è davanti agli occhi di tutti e non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. E chi sa che ciò non li metta d'accordo nel cercare di evitare che questo tentativo si ripeta e nel difendere il proprio Paese a qualunque costo?
       Queste affermazioni potrebbero urtare i molti che, sia fuori che dentro la Siria, scommettono su una democrazia inutile che non si può importare seguendo i passi di un occupante che prende l'omicidio di Hariri solo come un pretesto. Per questo i Siriani, al contrario di molti all'interno dell'élite politica, non sono più legati al fascino oratorio della democrazia americana. Ciò che interessa loro in questo periodo è salvaguardare il loro Paese e il loro Stato. E sebbene essi siano consapevoli che, nel corso di un lungo periodo di tempo, le morti e gli inganni che hanno subito erano in nome della difesa della loro patria, il tunnel in cui li spinge la risoluzione 1636 non lascia loro altra scelta se non quella di essere uniti. 

Trad. Daniele Orsini

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