IL PARTITO BAATH E IL VESTITO DELLA RELIGIONE
Mohammad Zaki
Quando si formò, il partito Baath si presentò sulla scena politica come un partito nazionalista che cercava di far rinascere lo splendore della nazione araba e di raggiungere i suoi obiettivi, in particolare quell'unità araba in cui speravano tutte le masse. Allo scopo di ricucire le spaccature religiose tra le diverse componenti dei popoli arabi, si propose come un partito laico, tanto che non desiderava vedere tra le sue file persone con attitudini religiose. Ciò fu ribadito dallo stesso Saddam, dopo che questi ebbe notato che alcuni soci avevano cominciato a esercitare pratiche religiose in maniera evidente. Egli confermò, cioè, che il partito non era contro la religione ma non era neanche religioso e chi desiderava professare la propria fede doveva trovarsi un altro partito di cui far parte. Gli studiosi della letteratura relativa al Baath trovano che le prove di questa tendenza siano evidenti, in particolare in ciò che ha scritto Michel Aflaq. Uno dei motivi che spinsero tale raggruppamento ad assumere un orientamento laico potrebbe risiedere nel fatto che i suoi fondatori e i suoi primi organici erano arabi non musulmani. Oppure, è possibile che esso si sia voluto proporre come un totalitarismo più di qualunque altro.
A partire dai suoi inizi in Iraq alla fine degli Anni Quaranta del secolo scorso fino alla caduta del suo primo governo nell'autunno 1963, la leadership del partito comprendeva membri delle più svariate regioni dell'Iraq, così come includeva sia sunniti che sciiti. Tuttavia, la situazione al suo interno, tra l'autunno 1963 e l'estate 1968, cominciò a prendere un'altra piega. I capi cominciarono ad essere scelti da regioni specifiche del Paese e soprattutto tra gli sciiti, il che rendeva questo metodo ancora peggiore, in quanto non faceva distinzione solo sulla confessione religiosa, bensì anche sulla regione di provenienza.
Non appena il partito Baath balzò al potere nell'estate 1968, cominciò a dare l'impressione - in un modo o in un altro - che esso rappresentasse i sunniti. Da qui diventò, senza consultarli, il loro portavoce, il più esperto dei loro interessi, il più adatto a difenderli e il più degno di gestire i loro affari. E tutto questo mentre iniziò ad eliminare, emarginare e intimidire coloro che, nella sua ottica, avevano disposizioni tali da rappresentare un pericolo - vero o presunto - per il potere dei suoi stessi figli sunniti, che fossero interni o esterni al partito. Centinaia di persone furono uccise, processate, allontanate dal Paese, imprigionate e detenute per un periodo di tre decenni e mezzo.
Con il passare degli anni, la cerchia del potere non comprese più i sunniti e i loro figli (i territori occidentali), ma si restrinse sempre di più alla famiglia presidenziale. A tutti gli altri non restò che accettare un'autorità nelle mani del figlio, del fratello, del cugino e del genero. Il resto dei sunniti ormai non era altro che parte di un sistema dedito a difendere il regime e a mantenere la spada puntata al collo degli Iracheni e questo ruolo oppressore, a sua volta, era svolto da coloro che erano soddisfatti di aver ricevuto tale onore. Alcuni di loro si accorsero della fine che avevano fatto e vollero porre un limite a tutto ciò; tuttavia, prima che potessero cominciare a muoversi, gli occhi dei seguaci di Saddam erano già puntati su di loro e alla fine costoro furono eliminati.
Il partito, con a capo Saddam, dichiarò apertamente la sua tendenza laica fino ai primi anni della guerra tra l'Iraq e l'Iran. E a causa dell'orientamento islamico seguito ancora oggi dal regime iraniano, Saddam fu costretto a mostrarsi religioso per tagliare la strada a chi diffondeva l'idea che quella guerra fosse tra un'ideologia religiosa e un'altra laica. Tuttavia, lo fece senza chiedere perdono per ciò che aveva commesso in passato, né avrebbe rinunciato a compiere ciò che poi sarebbe seguito. La guerra gli diede la possibilità di ribadire ulteriormente che egli rappresentava i sunniti e li difendeva dal pericolo sciita, non solo in Iraq, bensì nel Golfo. Questa volta il pericolo divenne imminente, se non peggio, e a quel punto eccolo lì, a bussare al "portone dell'Oriente".
Con i fatti del 1990 e con ciò che seguì, Saddam divenne il leader di tutti i credenti, secondo i membri del partito. Vale la pena osservare che non si propose lui stesso in tale veste e non elevò il partito al ruolo di forza politica islamica combattente, nonostante egli fosse considerato condottiero dei musulmani per essersi opposto agli Americani e ai suoi aiutanti sionisti. Il credente religioso poteva essere musulmano o cristiano, mentre quello politico poteva essere nazionalista, arabo e ateo e poteva credere nella causa della nazione araba tanto da sacrificarsi in nome di questa. Per questo Saddam continuò ad usare pubblicamente la terminologia religiosa fino a dopo aver ordinato di trascrivere il Corano col suo sangue puro, il che suggerì che l'utilizzo di questa terminologia non lo rendeva meno crudele.
Una terza volta, in occasione della rivolta del marzo 1990, gli fu concessa la possibilità di smentire la sua pretesa di rappresentare i sunniti. Gli fu facile affermare che la furia del Sud non era rivolta contro di lui, bensì mirava a vendicarsi nei confronti dei sunniti. E tutto ciò mentre non era solo il Sud ad essere in rivolta, ma era tutto l'Iraq che ribolliva ad eccezione di cinque regioni bianche, stando a quanto dichiarò il regime.
Al tempo stesso, ciò che dispiace e fa male è che la pretesa da parte del regime di rappresentare i sunniti non è stata data a bere solo a questi ultimi, bensì anche agli sciiti. E una parte dell'opinione sunnita ancora oggi ritiene che il regime baathista, con a capo Saddam Hussein, era la corazza che li proteggeva dai colpi degli sciiti. Al contrario, una parte di questi ultimi continua a pensare che il regime sepolto, e con esso il suo leader, era la spada con cui i sunniti li avevano coperti di ferite. L'ex regime e il suo capo Saddam sono riusciti ad impiantare questa credenza in parte della mentalità collettiva, lasciando quindi il Paese sanguinante. E, così come accaduto quando era al potere, sta quasi riuscendo a far diventare i sunniti e gli sciiti delle vittime ed ha quasi avuto successo nel suo tentativo di dominare di nuovo. Sia il partito che Saddam sono riusciti, tramite la loro forza scaraventata contro il popolo, a privare quest'ultimo dei suoi diritti più elementari, sia costituzionali che legali. Ed è questo che fa male. Ma ciò che più di tutto è doloroso è che i rimasugli del Baath sono quasi riusciti a rappresentare una parte degli Iracheni e li hanno privati del loro diritto legale e costituzionale di prendere parte alla vita politica e di costruire l'Iraq di domani. E lo hanno fatto utilizzando lo stesso metodo terrorista che seguivano prima della loro caduta.
Il partito Baath non rappresentava nessun settore della popolazione. Inoltre, nessun ceto ha ottenuto nient'altro che torture, sebbene queste non fossero distribuite uniformemente, al contrario di oggi in cui, dopo la caduta del regime, la loro ripartizione è diventata più equa. Eccolo qui questo partito, possessore di esplosivi che colpiscono tutti e di coltelli che sgozzano tutti. Ecco qui i suoi rimasugli, i quali non hanno lasciato neanche una minima traccia positiva prima che se ne andassero dopo una resistenza di soli tre giorni di fronte agli aggressori americani nella capitale bellica degli Arabi. Intanto, però, gli sciiti vengono fatti saltare in aria allo scopo di accusare i sunniti, mentre i cadaveri di questi ultimi vengono ammassati con i polsi ammanettati dopo aver ricevuto una pallottola in testa, per poi accusare di ciò gli sciiti.
Il loro az-Zarqawi, il quale sostiene che essi attingono dall'esempio delle prime pie generazioni musulmane, dichiara apertamente guerra agli sciiti e non è da escludere che se ne escano con un altro leader che sostiene che essi seguono gli insegnamenti della famiglia del Profeta e che dichiari apertamente una guerra ai sunniti. E non indugerebbero nel presentare un ulteriore modello come az-Zarqawi che dichiari guerra ai cristiani e un altro ancora che la dichiari ai Sabii. E poi altri ancora, tutti "sulla via del Baath", affinché questo partito nazionalista, unitario, socialista e combattente allo scopo di far rinascere la grandezza della nazione araba, presenti una brutta copia della guerra civile libanese o una guerra fra gruppi antagonisti come quella successa in Afghanistan. E' un'occasione inimitabile per qualunque regime arabo di prendervi parte con i giovani e con il denaro, alleggerendo in questo modo le pressioni interne a cui tali sistemi sono sottoposti e contribuendo a spingere all'indietro la "ruota del progresso".
Date le condizioni attuali e il tentativo dei baathisti di tornare al potere, coloro che rimangono di questo partito cercano di sfruttare la celebrità delle organizzazioni terroriste per indossare l'abito di queste ultime e nascondersi dietro denominazioni dal significato religioso, privandosi così - temporaneamente - della propria laicità.
Trad. Daniele Orsini