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La democrazia che non conosciamo!

Yussef ad-Dini
Asharq al-Awsat
23-12-2005

La vittoria schiacciante della corrente islamica sia in Egitto sia in Palestina,  aggiungendosi alla serie di elezioni in Arabia Saudita, Bahrein, Giordania e Marocco, risveglia da ogni parte della scena araba molte domande, analisi, timori e divisioni mentre si fa sempre più diffusa l'idea che le elezioni irachene, svolte sotto la supervisione degli Stati Uniti, siano state fatte su basi religiose. È forse la questione egiziana, risoltasi con una vittoria senza precedenti dei Fratelli Musulmani, che non avevano alcun peso politico da cinquant'anni, con ottantotto seggi, l'evento eccezionale che ha ridestato il dibattito sulla democrazia. Le scelte culturali nel nostro mondo arabo sembrano dirci che la democrazia dei gruppi politici islamici non è quella comunemente intesa: è uno strumento, un mezzo e non una cultura, un programma, una mentalità. Ciò significa che coltivare la democrazia nella società senza tener conto del moto di aggregazione che le è congenito e del contesto culturale di cui dovrebbe essere impregnata ha fatto sì che i cittadini arrivino ad accontentarsi oltre che a dare il via ad un gioco sporco di corsa al potere.
Vero è che la democrazia in questo momento sembra contraddittoria, ma il contesto generale di questi gruppi appare effettivamente molto logico e derivante più da una necessità che da una casualità. Tali gruppi lavorano da lunghi decenni sulla realtà, con eccellenti capacità organizzative e non hanno pari nel controllo dei mezzi di istruzione più influenti sugli strati popolari; allo stesso modo sono riusciti a conquistare la fiducia della gente attraverso i loro programmi e le organizzazioni umanitarie che per loro natura richiamano l'attenzione; sul piano politico si fanno sentire in maniera efficace grazie al loro basarsi sui sentimenti piuttosto che sulle strategie e sullo sfruttamento dei mali della realtà piuttosto che su una volontà di combatterli. Molti analisti continuano a costruirvi attorno fantasie e leggende ma bisogna iniziare ad indagare sui reali motivi che si celano dietro il loro successo: un successo di mezzi più che di fini. Essi fino ad ora, e forse era questo il loro tallone d'Achille, non hanno proposto una solida teoria politica ed economica, non hanno trattato argomenti importanti quali la questione delle libertà; svelare questi tabù, dare spazio al dialogo e aprire un dibattito sono l'unica strada per la creazione di un equilibrio, operazione che richiede una visione oggettiva di questi gruppi senza giudizi sulla loro logica religiosa, tenendo conto delle loro capacità senza perseverare in quello che sembra un "lamento" che non fa altro che confermare la loro popolarità.
È il momento appropriato per aprire lunghi e sinceri dialoghi con questi gruppi e per liberarsi di tutti i timori; le organizzazioni occidentali ci hanno dato l'esempio per un simile dialogo, tanto più che i nostri organismi politici possono ora intraprendere un simile dialogo attraverso propri istituti culturali o aprendo un terreno in cui le due parti possano esercitare il diritto di critica in base a criteri oggettivi.
Siamo di fronte ad una nuova realtà, anche questi gruppi devono però affrontarne una diversa, segnata da gravi crisi interne che minano i loro appoggi popolari a causa dell'esistenza di una profonda contraddizione tra i doveri della fase che stanno attraversando e il mantenimento della loro identità. Tutto ciò è anche un pericolo per la salute stessa della democrazia perché questi gruppi non vogliono rinunciare a nessuno dei due ruoli e hanno perciò provveduto a designare due figure: una per la politica, l'altra per il mantenimento dell'identità. Questo è ciò che accade, ma presto nella melma della politica le teorie sacre verranno inevitabilmente insozzate col fango della realtà.
Trad. Cecilia Fazioli

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