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PARLIAMO UN PO' DELLE RIPRESE DEL PROCESSO DI SADDAM
Diana Muqallad
Asharq al-Awsat
25-12-2005

       Nei nostri Paesi non siamo abituati ad assistere sugli schermi televisivi a processi lunghi ore ed ore contro uomini politici e governanti. Anzi, non siamo proprio abituati all'esistenza di simili tribunali.
       Per questo, il processo contro il deposto presidente iracheno Saddam Hussein sembra un evento unico e importante, se non fondamentale. Tuttavia, non lo è per il fatto di potersi vendicare, bensì per la possibilità di ricostruire la memoria in base a fatti reali e, di conseguenza, per poter rendere giustizia agli Iracheni, vittime per decenni di sofferenze indescrivibili inflitte loro dal regime del partito Baath e dalla dittatura di Saddam.
       Eppure, lontano dalla politica, come si può giudicare la prolungata telediffusione del processo da parte delle emittenti locali e satellitari, una diffusione che sembra essere una serie televisiva che avrà bisogno di mesi, per non dire di più, per giungere alla conclusione?
       Finora si sono tenute quasi dieci sedute di questo processo e ormai si può dire che quest'evento fondamentale per la regione ha assunto connotati teatrali e che la monotonia sta prendendo il sopravvento nella maggior parte delle udienze. Certo, ci sono diverse eccezioni da fare: le arringhe difensive di Saddam; le sue occhiate e il suo scuotere la testa quando sente le deposizioni dei testimoni; il suo ingresso nell'aula del tribunale con in mano il Corano; la sua ostinazione a pregare davanti alle telecamere; alcune proteste e parole improprie di Barzan at-Tikriti e qualche reazione impulsiva qua e là. Nel complesso, però, è per l'appunto una situazione monotona, tanto che è possibile affermare che la diffusione delle sedute da parte delle emittenti locali e satellitari è quasi diventata ormai un'abitudine, nonostante l'importanza del fatto in sé e per sé.
       Forse parlare in questo processo di problemi tecnici (suono intermittente; scarsezza delle attrezzature di ripresa in fatto d'illuminazione, colore e angoli di inquadratura; mancanza di chiarezza nella voce dei testimoni, degli accusati e talvolta anche delle commissioni di accusa e di difesa) viene visto come un lusso che non ci si può permettere. Tuttavia, queste difficoltà hanno contribuito a rendere la sala delle udienze e il processo stesso piuttosto irritanti. Per quanto riguarda i testimoni, invece, si capisce a mala pena quello che dicono, quando parlano da dietro una cortina e con la voce camuffata per la loro sicurezza. Mentre coloro che insistono a parlare allo scoperto vengono ripresi da un'angolazione distante, tanto da non poter vedere i loro occhi e i loro lineamenti, il che è qualcosa di cui in teoria abbiamo bisogno quando osserviamo e ascoltiamo qualcuno che è stato sottoposto all'oppressione e alla tortura.
       Le immagini in diretta, così come riportano i fatti reali e per di più dettagliatamente, allo stesso modo rendono questo processo piuttosto scadente e banale. Tuttavia, questa è una discussione che vorrei restasse lontana dalla politica.
       C'è davvero bisogno che le emittenti televisive trasmettano fin nei minimi dettagli tutti questi avvenimenti così importanti?
       Non pretendo di avere la risposta. Ciò che penso è che le riprese dal vivo fanno ormai parte integrale della nostra vita. Indubbiamente, ciò avviene affinché i fatti siano riportati in maniera trasparente e senza manomissioni, tuttavia queste telediffusioni continuate e prolungate dal vivo non fanno cadere eventi così importanti nella banalità? Inoltre, la loro lunga durata non contribuisce a sminuire queste vicende e a farci perdere quindi la possibilità di cogliere la tragedia che ha vissuto l'Iraq, trasformandola in una storia lenta, spezzettata e slegata nei fatti e riducendone, di conseguenza, il suo vero aspetto drammatico? 
Trad. Daniele Orsini

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