Perderemo anche questa occasione con Israele?
Abdel Munim said
Asharq al-Awsat
7-12-2005
Abba Eban, il più grande ministro degli Esteri israeliano, fu il primo a dire che i palestinesi non fanno che sprecare occasioni per raggiungere il loro obiettivo nazionalistico, ossia uno Stato indipendente. E così come lui, molti altri pensatori hanno affermato nei loro libri che i Palestinesi hanno perso delle occasioni importanti. Tra queste, la possibilità di fondare uno Stato in base alla risoluzione del 1947 delle Nazioni Unite, che avrebbe sicuramente dato vita ad un Paese più grande di quello che si sarebbe poi originato nel 1967.
Ci sono stati certamente molti scrittori arabi che, al contrario, hanno sostenuto che è stato Israele a perdere l'occasione storica per raggiungere la pace con gli Arabi, perché non è riuscito a gestire l'accordo di Oslo per portare questa pace promessa tra i due popoli. Secondo questi scrittori, tutto ciò è stato causato dall'omicidio di Rabin, dalla continua costruzione di nuovi insediamenti e dal fallimento da parte di Israele di mantenere gli impegni presi da quest'accordo.
Tuttavia, chiunque sia il responsabile di queste occasioni storiche sprecate, il problema centrale rimane: l'influenza della politica sulle verità storiche. Non si può, infatti, ignorare le condizioni inesistenti per creare una nuova situazione. Il presidente egiziano, Anwar Sadat, fu l'unico che si servì delle condizioni originate dalla guerra del 1973, del fatto che gli Arabi stessero utilizzando il petrolio come arma e della nomina di Jimmy Carter come presidente degli Stati Uniti per liberare i territori egiziani occupati. Un caso totalmente opposto, invece, fu quello del presidente siriano, Hafez al-Asad, che non seppe sfruttare le occasioni per liberare i territori siriani.
L'opportunismo è quindi un qualcosa di fondamentalmente umano. Tuttavia, gli esseri umani non creano niente dal nulla senza che ci siano condizioni oggettive originate da un processo storico che, può essere dovuto a decine di altri fattori. Oggi, in Medio Oriente e, più precisamente, nel mondo arabo, si sta presentando una nuova occasione e le leadership arabe nel corso dei prossimi mesi potrebbero utilizzarla per compiere nuove scelte umane e politiche. Ma se questo non avverrà, allora anche quest'occasione sarà andata perduta come le altre. Nelle scorse settimane mi sono soffermato sull'apparizione di due tipi di chance. La prima sull'Iraq, quando molteplici fattori oggettivi hanno portato alla conferenza sul consenso nazionale al Cairo, che ha creato un ruolo nuovo e attivo per gli Arabi sulla questione irachena. La seconda si è verificata con l'aumento dei prezzi del petrolio e con il suo surplus dei Paesi produttori, che ha reso possibile una nuova era petrolifera.
Ora si è presentata anche un'altra opportunità per il conflitto israelo-palestinese. Un'occasione per far uscire gli Arabi da quello stato di malattia e di disperazione in cui hanno vissuto in questi ultimi anni per portarli verso lo sviluppo e le riforme che li avvicinerebbero al mondo in cui viviamo. Questa opportunità è dovuta a un insieme di cambiamenti avvenuti recentemente in Israele e descritti dagli osservatori come un terremoto nella politica israeliana. Questi cambiamenti consistono in un allargamento dello schieramento che richiede la pace con gli Arabi e il ritiro dai territori occupati.
Sharon - il Primo Ministro israeliano - e i suoi seguaci sono usciti dallo schieramento del Likud per formare un nuovo partito che rifiuta l'idea di una Grande Israele. Il leader laburista Amir Peretz - sefardita - è stato eletto alla guida del partito laburista. Le sue idee economiche e sociali sono positive per il paese come le sue opinioni sulla pace. Tutto ciò crea nuove condizioni oggettive che non è possibile ignorare. Non è un segreto che la questione palestinese e la sua risoluzione sono uno dei più importanti casi del mondo arabo che non si può far finta di non vedere. (...) Ciò significa che pochi mesi di lavoro politico coscienzioso, organizzato e fondato su un'alleanza regionale e internazionale tra Palestina, Egitto, Arabia Saudita, Europa e America sono riusciti a realizzare ciò in cui l'intifada palestinese aveva fallito nel corso di quattro anni di violenza.
Quest'occasione non rappresenta una resa israeliana alle richieste arabe, ma dimostra che Israele è pronto a trattare e a venire a patti, ad accettare uno Stato palestinese indipendente e attivo e a ritirarsi dai territori occupati. Un simile consenso all'interno di Israele non coincide in pieno con le richieste degli Arabi e non dà molti dettagli sugli insediamenti in Cisgiordania, né tanto meno sulla distanza approssimativa del ritiro nei confronti dei confini in vigore il 4 giugno 1967. Tuttavia, questo consenso dimostra che si è pronti alla pace.
Il nuovo leader laburista, nato in Marocco, ha rivelato che Israele ha circa un milione e mezzo di poveri, il cui reddito mensile medio non supera i 500 dollari. Quando uno Stato pensa alla pace, quando il suo principale schieramento di sinistra e di centro appoggiano le trattative e si preoccupa della vita economica e sociale del proprio paese, allora abbiamo la possibilità di cambiare, perché queste premesso dimostrano che Israele una potenza che può vivere all'interno dei suoi confini e convivere pacificamente con i Paesi vicini.
Eppure, quello che succede in Israele è un'opportunità che potrebbe andare persa come le decine che l'hanno preceduta. Sono in molti fra gli Arabi che sono pronti a far riesplodere il conflitto non appena sentono che esiste una possibilità storica per risolverlo. Al contrario, una chance per ricostruire la regione, compreso Israele, poggia su nuovi principi: lo sviluppo e il benessere per tutti. Queste forze bellicose sono pienamente riuscite nell'intento di mandare all'aria le chance precedenti, tanto da lasciare la umma in balia di attacchi suicidi, di martìri e di condizioni di vita misere e infelici. Ora c'è spazio per le iniziative arabe che possono prendete esempio dall'Egitto che ha gestito la situazione in Palestina, dalla Lega Araba in Iraq e dall'Arabia Saudita in Siria. E tutto ciò affinché si collabori attraverso la reciproca fiducia alla formazione di un ambiente interno israeliano disponibile ad accettare le richieste arabe senza dover scatenare un conflitto nucleare.
Forse le iniziative arabe di ampio respiro a cui stiamo assistendo non sono così lontane da quanto sta succedendo sia all'interno di Israele sia in Palestina. Sicuramente non sono lontane dalla possibilità di instaurare quel benessere che potrebbe essere apportato dalla ricchezza petrolifera. Quindi, non ci resta che aspettare e in futuro ne vedremo delle belle.
Trad. Daniele Orsini