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Rispondendo alla domanda di Zeweil

Mshari al-Zaydi
Asharq al-Awsat
12/01/2007

"Il problema risiede nel fatto che siamo arabi o nel fatto che siamo musulmani?" Questa deprimente e intricata domanda è stata posta dallo scienziato egiziano Ahmed Zeweil il quale, nel 1991, ha vinto il Premio Nobel per la chimica. La questione è stata presentata alla al-Yamamah University di Riyadh, in occasione della sua recente visita alla capitale saudita.
Zeweil ha posto questo quesito per cercare una spiegazione convincente alla resistenza degli arabi a partecipare, anche solo in maniera minima, alla rinascita scientifica che si sta diffondendo da est a ovest, dal Giappone agli Stati Uniti, bypassando le regioni arabe e musulmane.
Il dott. Zeweil ha azzardato una risposta sostenendo che l'arabo come individuo ha successo in Occidente perché gli sono garantiti gli elementi richiesti per ottenerlo. Ha affermato: "È sbagliato associare i problemi all'Islam dal momento che i nostri antenati musulmani erano i migliori in campo scientifico" (al-Hayat, 6 gennaio 2008).
Zeweil, subissato dalle numerose richieste di assistenza provenienti dai governi arabi per rilanciare la scienza in Arabia Saudita, in Egitto e in altri paesi, è concentrato su questo quesito: a cosa è dovuto il fatto che stiamo così indietro in campo scientifico? Egli continua ad insistere sul fatto che manca nel mondo arabo l'ambiente appropriato per la ricerca scientifica. Astenendosi da giudizi di valore, ha affermato che se non fosse stato per la libertà di inventiva degli Stati Uniti non avrebbe mai progredito in campo scientifico fino a questo punto.
È possibile separare questa arretratezza scientifica da altri problemi legati alla libertà e alla creatività nel mondo arabo? Oppure la mancanza di vitalità in ambito scientifico è semplicemente una parte di un più grande problema che investe tutti gli altri campi?
L'Occidente non è sviluppato solo nella scienza e nella ricerca. Lo è in letteratura, nell'arte, nell'ingegneria, nella matematica, nella politica e nella libertà cosicché la rinascita e la prosperità della scienza diventa solo una parte dello "spirito di rinascita".
L'Occidente ha raggiunto questo stadio scientifico e tecnologico solo attraverso una lunga battaglia filosofica, politica e sociale: verità ben conosciuta e riportata nei libri di scuola, che sottolineano le lotte e le sofferenze che lo spirito di civiltà ha dovuto affrontare in Occidente.
Il problema dell'arretratezza scientifica nel mondo arabo e in quello musulmano è una realtà e una catastrofe. "Nature", una rivista scientifica specializzata, ha dedicato una delle sue recenti edizioni a questo tema. L'editoriale in apertura della rivista citava: "Del mondo islamico parlano i titoli delle notizie dell'intero globo (…) ma manca da quelle parti qualsiasi dibattito pubblico o ufficiale riguardo la scienza e la conoscenza".
Lo scrittore saudita Yusuf al-Samaan ha affermato nell'edizione di "Asharq al-Awsat" del 3 marzo 2007 che: "per far sì che la scienza emerga e si sviluppi e per creare una nuova società in cerca di conoscenza, dobbiamo prima diffondere i valori del pensiero oggettivo e libero: abbiamo bisogno di sviluppare una mentalità critica. Tale privilegio non è garantito dall'impostazione dei movimenti islamici e dalla società che li circonda".
So che alcuni partiti rivendicano il fatto che non siamo obbligati a imitare gli altri, che lo scontro europeo tra le forze dell'arretratezza e quelle del progresso non è per noi un problema dal momento che la nostra religione non è in conflitto con la scienza come è il caso della chiesa, che il problema della secolarizzazione ci sia stato importato dall'Occidente e così via.
Fermo restando che stiamo discutendo dell'interpretazione dominante dell'Islam in determinati contesti storici e non della religione nella sua essenza e nonostante gli sforzi fatti per distinguere l'arretratezza islamica da quella occidentale, l'osservatore non può fare a meno di fare paragoni tra il loro ritardo e il nostro e tra il loro modo di porvi rimedio e il nostro. La questione merita un attento esame e non una veloce difesa.
La cosa più interessante nei dibattiti tra i musulmani che riguardano l'arretratezza scientifica è che alcuni partiti, con un orgoglio "patetico", affermano che: "Siamo noi che abbiamo salvato l'Occidente dalla sua arretratezza. Grazie ai commenti di Ibn Rushd (conosciuto anche col nome di Averroé) ad Aristotele, in particolare i suoi tentativi di avvicinare filosofia e Shariah, oltre a quelli di Ibn Seena, Ibn al-Nafees e altri grandi astronomi, i pensatori latini furono sorpassati e costretti a progredire".
Questo è meraviglioso. Io ho però una domanda: perché queste figure riuscirono ad avere una grande influenza sull'Occidente ma non sulla loro gente?
Siamo stati noi - la patria di questi scienziati - che abbiamo rifiutato di farci consegnare il patrimonio della scienza dai nostri antenati?
Immaginate se i pensatori islamici avessero inventato le leggi di Newton sul moto o se avessero stabilito la logica scientifica ai tempi di Imam Ghazali (1058-1111 a.C.) o di Ibn Taymiyyah (1263-1328) o se avessero visto quello che Galileo, Keplero o Copernico videro nel campo dell'astronomia; come sarebbe stato il mondo oggi? Come sarebbe stata la nostra cultura? Saremmo stati sopraffatti dallo stress, dall'avventatezza e dalla paura di aprirsi? Questa tensione è forse il risultato di movimenti e figure che promuovono l'isolamento e la guerra contro il mondo intero e, allo stesso modo, di un pubblico depresso che ha bisogno di queste figure e di questi movimenti?
Questo sogno non si è mai realizzato. Per secoli e secoli, abbiamo lodato nella nostra storia soltanto califfati, giuristi e poeti. Non è per negare l'importanza storica di queste figure ma la domanda è: perché non sapevamo nulla delle scienze fisiche e naturali o delle teorie sociologiche di Ibn Khaldoun finché non l'abbiamo appreso dalle scoperte degli orientalisti?
Il dilemma va più in profondità del problema di investire nella ricerca scientifica, senza nulla togliere all'importanza di questo, dal momento che siamo statisticamente molto indietro rispetto a Israele senza guardare gli altri paesi! Non si può esaurire il tema con l'orgoglio per gli studiosi musulmani: il problema è mettere sul tavolo la giusta questione.
Nel libro intitolato "Illusioni sull'Islam politico", scritto in francese da Abdul Wahab al-Muadab, tradotto in arabo da Mohammed Bnees e pubblicato da "Dar al-Nahar", l'autore propone diverse spiegazioni allo spirito atrofico di alcune civiltà tra i musulmani e in particolare tra gli arabi. Egli ha notato che la superiorità militare, politica ed economica era piuttosto evidente tra l'VIII e l'XI secolo quando l'Europa era in uno stato di arretratezza. Successivamente le crociate, che durarono dal 1099 al 1270, trasformarono le città italiane (Genova, Pisa e Venezia) in centri di potere e sgretolarono il monopolio islamico nel commercio nel Mediterraneo.
In un seminario a cui hanno partecipato storici dell'astronomia e il teorico quantista brasiliano Regis Morelon, esperto di storia araba e islamica, Al Muadab ha affermato che le maggiori civiltà si esauriscono nell'arco di cinque secoli e che lo stesso fenomeno ciclico è applicabile ai musulmani e alla loro civiltà che raggiunse il suo apice tra il 750 e il 1250 a.C. e poi perdurò per diversi secoli con motivazione ma con una debole forza di competizione.
Queste sono alcune delle risposte occidentali alla sconfitta della civiltà musulmana. Ad ogni modo ci sono altri tentativi da parte islamica di evadere dall'arretratezza e saltare sul treno della scienza e della civiltà. Il più importante di questi tentativi fu quello di Mohamed Ali Pasha che governò l'Egitto dal 1805 al 1848. Egli spese grosse somme di denaro per introdurre la tecnologia nel paese e inviò studenti in Europa. Modernizzò l'esercito e rinnovò il sistema di irrigazione; rilanciò le produzioni di cotone e di zucchero e operò un veloce miglioramento delle infrastrutture. Ad ogni modo, i suoi tentativi fallirono e l'Egitto rimase nella stessa condizione degli altri paesi arabi, lamentando una subordinazione tecnologica e scientifica. Ma allora, perché il progetto di Mohamed Ali fallì mentre quello del Giappone ebbe successo, nonostante iniziò molti anni dopo? Il tentativo giapponese nacque durante il periodo del governo illuminato, la cosiddetta "era Meiji", nel 1868.
Alcuni hanno attribuito il fallimento dell'esperienza di Mohamed Ali all'Occidente che gli avrebbe impedito di continuare la sua impresa mentre; altri credevano che il suo progetto fosse poco illuminato, carente dal punto di vista sociale, politico ed intellettuale e orientato essenzialmente verso le scienze militari, tecnologiche e così via.
Ad ogni modo, il problema di un rinascita scientifica rimane. E, a voler essere più precisi, lasciatemi dire che c'è una deliberata mancanza di civiltà. Quest'importante domanda rimane senza risposta nonostante gli ultimi tentativi di alcuni paesi arabi di attivare ricerche scientifiche e l'incremento del numero degli studenti mandati in Occidente, nonostante le imprese di pochi singoli individui che si sono donati ai campi dell'innovazione e della ricerca e nonostante nomi come dott. Zeweil, Munir H Nayfeh, il signor Magdi Yacoub e Zaha Hadid: questi non hanno un impatto o risultati tangibili dal momento che sono semplici eccezioni alla norma.
La conclusione di questa triste storia è che ci manca lo spirito di "civiltà", dobbiamo ammetterlo. Anche se non lo riconosciamo, questa è la verità. Ci occupiamo di tutto tranne che di riaccendere questo spirito che forse ci soccorrerebbe ancora una volta se solo noi lo ascoltassimo con attenzione e smettessimo di proclamare la nostra paura identitaria contro invasori che cercano di strapparci dalle nostre radici.

Trad. Cecilia Fazioli