Self Islam (Prima parte)
Abdennour Bidar
Questo articolo, di cui pubblichiamo la prima parte, è stato scritto per arabiliberali.it da Abdennour Bidar, filosofo francese musulmano docente all'Università di Nizza. Questo breve saggio fa parte di una serie di articoli che saranno scritti per il nostro portale sull'evoluzione dell'Islam in Occidente e nel mondo arabo-musulmano. Self Islam è il termine coniato da Bidar per descrivere l'Islam dell'individio, che si contrappone a quello comunitario, imposto da una lettura chiesa delle Sacre scritture. L'Islam ha avuto molte facce durante la sua storia ed è stato caratterizzato da differenti scuole di pensiero: sufi, razionaliste, ecc. Durante la seconda parte del XX secolo una di queste correnti (Wahabita) ha cercato e cerca di prendere il sopravvento sulle altre, che combattono epr una riforma al passo con i tempi, per monopolizzare l'interpretazione del Corano. Già nel XVIII e XIX secolo c'era stato un tentativo fallito di questo tipo.
Durante il Ramadan, si sente molto parlare di "comunità musulmana". In questo periodo, i commenti dei media mantengono coscientemente viva, nell'immaginario collettivo, l'idea che ci sia un'unica "comunità musulmana", "radunata" durante questo "mese sacro" nel medesimo sforzo di digiunare e nella stessa atmosfera di convivialità oltre che di condivisione e di festa. È quindi questo il giusto momento per porre una domanda che può apparire "scomoda": esiste davvero una comunità musulmana d'Europa?
Il termine comunità designa un gruppo di individui che vivono a parte, in modo più o meno aperto o chiuso, sia dal resto della società (distanza spaziale), sia dal modo di vita di quest'ultima (distanza culturale). Di fronte a questa definizione, sembra essere chiaro che i musulmani europei costituiscono tutt'al più una comunità virtuale e non reale: anche se hanno delle referenze culturali comuni e si radunano in alcune occasioni, non vivono "al di fuori del mondo" e non hanno delle abitudini fondamentalmente distinte dagli altri europei. Contrariamente alla rappresentazione dominante, compresa quella proposta dai politici, i musulmani non abitano sempre in periferia o nel Londonistan e, anche se ci abitano, la loro "occidentalizzazione" vince sulla loro "natura islamica". Dietro un velo o una barba c'è, la maggior parte delle volte, un occidentale come gli altri: un individuo legato ai suoi diritti e…un consumatore.
Bisogna sradicare urgentemente dall'immaginario collettivo la rappresentazione di una "comunità musulmana", che consisterebbe in uno Stato nello Stato o per lo meno in un "gruppo chiuso" distante dal grande corpo sociale. E' a partire da questo colossale pregiudizio sociologico che sorge il problema della "discriminazione positiva": ci si immagina che le persone di culto islamico formino un'entità sociale distinta, unita in un blocco omogeneo dalle stesse credenze e dagli stessi costumi, ci si sente pertanto obbligati, nel rispetto di questa differenza giudicata così radicale, di accordare loro dei diritti speciali adattati al loro modello di vita così diverso da quello del resto della società. É proprio con la discriminazione positiva e lasciando che si sviluppi una società pluriculturale, in cui i gruppi sociali sono giudicati troppo diversi per unirli sotto le stesse regole, che si creerà inevitabilmente una comunità islamica ripiegata su se stessa.
Infine, comprendiamo che l'idea di "comunità musulmana europea" è un concetto sociologico vuoto. Se i politici cercano degli interlocutori musulmani e i sociologi e i giornalisti vogliono condurre indagini sul campo dovrebbero smetterla di voler trovare per forza davanti a loro una pseudo-comunità raggruppata, chiusa e che vive secondo abitudini particolari: una tribù con a capo dei califfi-rappresentanti. La "solerzia" politica che mira a dare ai musulmani degli "spazi a parte" e dei "diritti speciali" si comporta come se tutte le differenze fra i musulmani si riducessero a una sola, come se non ci fossero differenze fra i musulmani. Usciamo quindi da questo tipo di visione colonialista dove il musulmano d'Europa resta un "indigeno importato" al quale bisogna offrire delle condizioni di vita speciali che sembrano essergli dovute dal fatto di essere "islamico", di avere un'"essenza" intangibile e una forma unica. Questo tipo di stuazione può accadere soltanto nel libro Tintin nel paese dell'oro nero e non nella realtà odierna, che i beduini piantano le loro tende in mezzo al castello di Moulinsart, riproducendo così il loro modo di vita "di là giù".
Lungi da questa caricatura, ahimè così fortemente radicata nella mente, bisogna ora prendere coscienza della presenza musulmana reale. Questa si caratterizza per quello che io ho chiamato Self Islam, ovvero una cultura dell'autonomia e della scelta personale, quindi una cultura della diversità e dell'identità differenziata: un Islam degli individui e non della comunità. In Europa oggi, non c'è niente che somigli meno a un musulmano di un altro musulmano: alcuni vivono come musulmani a partire dalla religione, vissuta sia come semplice credenza o speranza sia attivamente come pratica, più o meno regolare secondo i casi individuali; ma ce ne sono altri, più numerosi, che si sentono musulmani per eredità culturale in senso ampio e non in senso religioso. Questi si sentono legati all'Islam non soltanto per la fede e la preghiera, ma anche per l'etica (i valori tradizionali della convivialità e della famiglia), per i costumi (alimentari, culinari e festivi) e anche per un particolare modo di partecipare alla cultura del consumo occidentale (la scelta di prodotti dall'etichetta "islamica", di carne permessa, di Mecca Cola, etc). Qui non esistono più musulmani tipo, siamo tutti diventati musulmani atipici.
I sociologi che si occupano di religione (in particolare Nilüfer Göle, sociologo turco) non cessano di insistere su questo punto, quello che io chiamo Self Islam prevale nella stragrande maggioranza dei comportamenti osservabili nella realtà: il musulmano europeo è un individuo che vuole esistere per se stesso, definirsi per se stesso e non essenzialmente per la sua appartenenza a un gruppo. Perfino indossare il velo diventa, in alcuni casi, una scelta personale e non un'obbedienza passiva alla tradizione. Prendiamo in considerazione il lato filosofico del fenomeno: nell'Islam d'Europa, come in tutta la società moderna, l'esistenza precede l'essenza. Detto diversamente è l'uomo che fa l'Islam e non l'Islam che fa l'uomo. Non esiste un Islam prestabilito che detta a tutti come devono vivere e pensare, ma esistono degli individui che - ciascuno secondo la sua anima e la sua coscienza - cercano di trovare il rapporto che con l'Islam più gli confà e danno così vita a "diversi Islam", a "differenti modi di essere musulmano", a "modi molteplici di attaccamento alla cultura musulmana". Tutta la società europea, e gli stessi musulmani, devono prendere coscienza del fatto che siamo entrati nell'era dell'esistenzialismo musulmano.
Trad. Serena Ficara